E se stravolgessimo la storia ancestrale sulla perdita della verginità?

Nov 30, 21

E se stravolgessimo la storia ancestrale sulla perdita della verginità?

Con il termine “verginità” viene inteso, ancora oggi, lo stato di chi non ha mai avuto rapporti sessuali che comprendessero quindi la penetrazione da parte di un partner. Un concetto maturato in un periodo storico abbastanza lontano dal nostro, che dimostra però di avere ancora un ruolo da protagonista nella cultura e nei dibattiti odierni. Ma come mai questa concezione viene più spesso associata all’universo femminile rispetto a quello maschile? Possiamo realmente parlare di verginità o è soltanto un costrutto sociale?

Prospettiva biologica e culturale

Dal punto di vista biologico, ci hanno insegnato che la donna non può più essere considerata vergine dopo che l’imene, ossia la membrana che si trova all’interno della vagina, si rompe a causa della penetrazione da parte dell’uomo. Ma non è esattamente così. Da vari studi, infatti, emerge che numerose donne che hanno già avuto rapporti sessuali o che sono addirittura rimaste incinte hanno l’imene ancora intatto: per questo motivo, non si può realmente provare da un punto di vista scientifico se una persona sia sessualmente attiva o meno. Anche il discorso relativo al sanguinamento che dovrebbe avvenire durante il primo rapporto sessuale è un mito da sfatare. Non è una cosa così comune e, in certi casi, non è neanche da considerarsi normale.

Al di là dei fattori biologici, il concetto di verginità ci è stato tramandato dalle nostre nonne e mamme, le quali, spesso, non sapevano neanche come avvenisse un rapporto sessuale. Alcune nonne raccontano divertite di come durante le loro prime notti di nozze non avevano la minima idea di cosa dovessero fare. 

Cresciute con la visione della donna pura e casta che doveva attendere l’uomo giusto per potersi concedere, l’inizio della sessualità all’interno del matrimonio sanciva il termine del “candore verginale” e una nuova concezione della donna: futura madre. Generalmente, non c’era spazio nella coppia sposata per esternare i propri desideri ed emozioni, lo scopo dell’unione era quello della procreazione. 

Nel nostro Paese, questo pensiero ha trovato solidi pilastri a causa della presenza della religione cattolica: i suoi dogmi, come la verginità perpetua di Maria e l’Immacolata Concezione, hanno rafforzato la narrazione relativa alla castità e alla sessualità vincolata alla sola generatività. La madre di Cristo incarna quindi la purezza, la castità e la perfezione della donna, una perfezione impossibile da raggiungere, ma alla quale la maggior parte delle donne avrebbe dovuto aspirare. Questo bagaglio culturale ha contribuito ancora di più a cementificare la visione della donna come un fiore candido e puro che doveva conservare questo dono il più a lungo possibile e che, una volta concessasi allo sposo, diventava proprietà del suo desiderio.

I tempi cambiano, ma i tabù resistono

Anche se oggi la religione ha meno peso diretto su questi temi, ciò non significa che questa visione sia stata superata. Numerosi tabù resistono ancora oggi nei retaggi culturali inconsapevoli: il mito della verginità (soprattutto nelle sue concezioni più astratte ed emotive) è ancora ben radicato nella nostra società. Questo porta molte donne a sentirsi inadeguate, sbagliate, “sporche” o marchiate da una lettera scarlatta che sostanzialmente non esiste, da un’idea che ci è stata tramandata per anni e anni e che fatica ad essere sradicata dalla cultura. Oltre ad alimentare le insicurezze ed il senso di inadeguatezza delle donne, questo pensiero alimenta e rafforza le disuguaglianze di genere: il maschile costretto ad un precoce e prestazionale contatto con la sessualità (e dove sta scritto? Il sesso non è una corsa a chi fa prima!), e il femminile forzato a rinnegare i desideri, il piacere e a preservare la propria “verginità” in attesa del partner perfetto a cui concedersi.

Abbiamo bisogno di nuove narrazioni

Questi sono solo alcuni degli stereotipi creati dalla società di un tempo, che resistono nel nostro quotidiano. Inutile dire che la realtà è ben diversa. Abbiamo bisogno di abbattere il muro del silenzio e iniziare un dialogo aperto, inclusivo e accogliente, soprattutto con i giovani, uomini e donne e chiunque non si riconosca in queste etichette prestabilite. Quest* molto spesso si sentono spaesati e imbarazzati nell’affrontare questo tipo di argomento, pur essendo bramosi di conoscenza, curiosi e pieni di domande. 

È importante che nuove narrazioni siano costruite da parte di genitori, insegnanti, istituzioni e professionisti coinvolti nella divulgazione. Dobbiamo smettere di ridurre il sesso ad un mero atto fisico, tralasciando le dimensioni multisfaccettate del piacere, delle emozioni, del desiderio.

Dobbiamo parlare delle credenze culturali, dei pregiudizi e degli stereotipi che ci condizionano ogni giorno nell’espressione dei nostri bisogni, che banalizzano il desiderio o lo rendono anormale.

Dobbiamo raccontare delle differenze tra le persone, tra femminile e maschile, tra generi assegnati alla nascita percepiti come corrispondenti e non, tra orientamenti sessuali, e così celebrarne anche le somiglianze, i punti di incontro, e le meraviglie che li caratterizzano universalmente.

La verginità ha bisogno di nuove narrazioni e ha bisogno di essere separata dalla biologia e dal senso di colpa: potremmo pensarla come quella fase (perché no, anche di lunga durata, che non si consumi in un colpo solo) in cui la persona si approccia alle sue prime esperienze, tocca con mano, corpo, mente, emozioni tutto ciò che significa l’incontro con l’Altr* e la sua unicità.

In un Ted Talk, Peggy Orenstein racconta di aver chiesto ad una ragazza omosessuale come avesse capito di non essere più vergine. Dopo un po’ di esitazione, lei risponde di aver deciso che aveva smesso di essere vergine dopo aver avuto il suo primo orgasmo con un partner.

Citando l’autrice giornalista, «E se solo per un secondo immaginassimo che quella sia la definizione? Di nuovo, non perché un rapporto non sia importante - ovviamente lo è - ma non è la sola cosa importante, e piuttosto che vedere il sesso come una gara a chi fa prima, questo ci aiuta a riconcettualizzarlo come un insieme di esperienze che include calore, affetto, eccitazione, desiderio, contatto, intimità.»

Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità, di nuove definizioni e di confronto. Che il dialogo abbia inizio!

 

Autrice Tania Mancinelli

Editor Chiara Maggio