Il proibizionismo statunitense: leggi sulla vendita e il possesso di sex toys

Jan 28, 22

Il proibizionismo statunitense: leggi sulla vendita e il possesso di sex toys

Il termine sex toys (o “giocattoli sessuali”) è utilizzato per indicare oggetti erotici commercializzati sul libero mercato. Questi prodotti per il piacere sessuale, destinati ad un utilizzo sia individuale che in compagnia, sono ad oggi diffusi in gran parte del mondo e la loro vendita è in continua crescita. Quello che però non tutti sanno è che in alcuni paesi, primi fra tutti alcuni stati federali USA, questi oggetti non sono sempre ben visti, al punto tale da aver generato, in più di un’occasione, vere e proprie leggi proibizioniste. Tra i sex toys più conosciuti e oggetto di campagne denigratorie troviamo infatti i vibratori, i dildo, le palline vaginali, i masturbatori maschili e i massaggiatori prostatici.

Sex Toys: il proibizionismo americano

Le campagne di opposizione ai sex toys e, di conseguenza, ai loro punti vendita, hanno solide basi nella storia degli Stati Uniti d’America. Qui, la vendita e il commercio di questi prodotti, specie in alcune aree, non solo viene scoraggiata, ma in alcuni contesti persino vietata. Rispetto all’Italia infatti – dove l’unico limite per i sexy shop è non essere nei pressi di luoghi di culto, scuole, cimiteri e ospedali – negli USA l’avversione verso i “giocattoli sessuali” ha radici solide e diffuse. 

La legge Comstock del 1873

Se c’è una legge che ha molto influenzato il pensiero degli USA riguardo ai sex toys, questa è la legge Comstock. Tale legge, approvata nel lontano 1873, aveva l’obiettivo di bloccare il commercio di articoli sessuali considerati “immorali” e di libri erotici ritenuti “osceni” dal politico Comstock. Una norma che, in poche parole, non solo voleva reprimere il commercio dei sex toys, ma anche esercitare un controllo su qualsiasi informazione riguardante i prodotti erotici e la sessualità. Questa legge proibizionista, passata poi alla storia come “legge Comstock”, è stata pienamente utilizzata fino al 1938. 

Da quell’epoca iniziarono, però, le prime battaglie femministe per i diritti delle donne, che riguardavano anche la sfera della sessualità e della sua libera espressione. Tra queste ricordiamo le lotte della femminista Margaret Sanger (grande oppositrice di Comstock), la quale riuscì ad ottenere da un giudice la revoca del divieto federale sul controllo delle nascite. Questa legge, tra le altre cose, vietava l’informazione sui metodi contraccettivi e Margaret, contrarissima a questa norma, fondò prima il pamphlet Family Edition per fare contro-informazione e poi un suo mensile chiamato “Woman Rebel”. Proprio sulle pagine di questa nuova rivista, che divenne nota in gran parte degli USA, l’attivista rivendicava il diritto delle donne di disporre del “controllo delle nascite” arrivando anche a fondare la prima “clinica legale di controllo delle nascite” (espressione che, per la prima volta, fu coniata proprio da Margaret).

Se non fosse stato per l’operato coraggioso di donne come Margaret Sanger, non sarebbe mai stato possibile ripensare la sessualità femminile come uno strumento di cui le donne potevano disporre secondo il proprio desiderio ed essere le principali protagoniste.

Proibizionismo USA: il caso dell’Alabama 

Ma veniamo a quella che è la situazione attuale degli Stati Uniti in merito alla diffusione dei sexy shop, che, in alcune regioni, sono ancora oggetto di pregiudizi e sospetto. 

Il caso più famoso è certamente quello dell’Alabama dove, ancora oggi, è in vigore una legge anti-oscenità. Emanata nel 1998, la norma ostacola la vendita di giocattoli sessuali con l’intenzione di mettere un freno preventivo alla circolazione di prodotti erotici. Il testo, nello specifico, proibisce “a chiunque di distribuire consapevolmente, possedere con l'intento di distribuire, o offrire o accettare di distribuire qualsiasi materiale osceno o qualsiasi dispositivo progettato o commercializzato come utile principalmente per la stimolazione degli organi genitali umani”. Chi trasgredisce per la prima volta rischia una multa da diecimila dollari e un anno di reclusione, ma qualora dovesse ripetere il reato, potrebbe rischiare fino a dieci anni in prigione. Questa legge, sostenuta dai cristiani più conservatori, tende ad essere considerata incostituzionale da parte di diversi gruppi schierati a difesa dei diritti civili; ciononostante i disegni di legge presentati fino ad oggi per abrogarla non hanno ancora trovato sufficiente consenso.

Lo statuto anti-oscenità del Texas

Un altro caso di proibizionismo statunitense che continua a fare discutere è la legge in vigore in Texas che, dalla sua approvazione nel 1973, vieta la vendita e la promozione di sex toys. Questa norma federale è attualmente in vigore e, per quanto aggiornata nel 2003, vieta ancora la commercializzazione dei prodotti per il piacere. 

A tal proposito, aveva suscitato clamore un caso che, nel novembre 2004, era comparso persino sulle testate della CNN: il gestore di un’azienda che commercializzava prodotti sessuali era stato infatti arrestato da due agenti sotto copertura per aver violato le leggi del Texas sulla vendita di prodotti erotici, a seguito di denunce depositate da alcuni cittadini.

Il proibizionismo nel mondo 

Le retrograde e pregiudicanti norme del Texas e dell’Alabama in merito alla vendita dei sex toys attirano sicuramente la nostra attenzione, ma gli Stati Uniti d’America non sono gli unici che si distinguono per i loro tabù culturali trasformati in legge.

Vi sono infatti diversi Stati (prevalentemente extra-europei) in cui prodotti per il piacere sono osteggiati. In Thailandia, per esempio, i sex toys sono proibiti perché considerati materiale osceno, e, allo stesso modo, sono illegali in Vietnam, India, Malesia, alle Maldive e negli Emirati Arabi Uniti. In Arabia Saudita, invece, sono vietati dalla legge islamica. 

Appare quindi chiaro quanto, ancora oggi, vecchi tabù e retaggi culturali influenzino non soltanto le convinzioni e le scelte dei singoli individui, ma anche le decisioni degli stessi governi e istituzioni. Le loro leggi e campagne denigratorie sostengono, infatti, falsi miti e credenze distorte, disincentivando la libertà di esplorazione delle persone e la possibilità per loro di acquisire nuova consapevolezza su di sé e sui propri reali desideri. 

 

L’autrice dell’articolo è Sara Passarin, giornalista pubblicista, iscritta all'ordine dei Giornalisti della Lombardia.


Editor: Chiara Maggio